Il Caso Silvia Romano: Misoginia e Polarizzazione nella Società “Social” Italiana

Filippo Angeli
Silvia Romano a Ciampino .
Silvia Romano a Ciampino.
Source: Inews24

Lo scorso 9 Maggio, il presidente del consiglio italiano ha twittato la notizia della liberazione di Silvia Romano, rapita il 20 Novembre 2018 da una guesthouse nel villaggio di Chakama, in Kenya.

La ora venticinquenne è rimasta ostaggio del gruppo terroristico somalo Al Shabaab, responsabile di diversi atti terroristici. Tra i tanti ricordiamo la Strage di Garissa del 2 Aprile 2015, la quale provocò 150 vittime: tutti studenti universitari.

Oggi invece, grazie ai servizi esteri segreti italiani e alla mediazione dell’alleato NATO Turchia, Silvia è libera, persino senza la conferma del pagamento di un riscatto.
Tuttavia la liberazione di Silvia non è stata alquanto semplice da digerire in Italia.

Per molti Silvia non è più Silvia, ma Aisha, il nome acquisito dopo la conversione all’Islam avvenuta durante i mesi di prigionia, e indossa un Jilbab. Questo agli occhi di chi si aspettava che la giovane scendesse da quell’aereo come un’eroina tutta italiana e tutta cristiana non è andato giù. In più Silvia-Aisha sorrideva, felice, non era malmenata ed ha persino affermato che non le è stato fatto del male.

E perciò l’Italia conservatrice addita Silvia come una neo-terrorista, ma non al bar tra una partita a carte e un caffè: alla Camera dei Deputati. I commenti sui social seguono alimentati da fake news su un presunto pagamento di un riscatto, ancora non confermato: “Quanto ci è costata?” “Sai quanti italiani potevamo aiutare con 4 milioni?”. L’apice lo raggiunge la senatrice Daniela Santanchè del gruppo parlamentare Fratelli d’Italia, la quale in diretta Instagram si dice felice per la liberazione della giovane ma speranzosa che si disfarà del velo islamico per essere “davvero una donna libera”.

Al polo opposto si è invece levata la risposta dell’Italia progressista che ha visto il gesto di Silvia come anticonformista, emancipato, finanche femminista.

Le due tipologie di reazioni segnalano una questione comune: la società italiana è polarizzata. Questo fenomeno deriva dalla possibilità di personalizzare le proprie pagine social, sia tramite scelte presumibilmente consapevoli e personali, sia tramite l’operato di algoritmi che agiscono con scopi pubblicitari e di studio del comportamento umano su queste piattaforme.

Il contatto assiduo con opinioni simili alla nostra potrebbe inizialmente sembrare positivo, e sintomo di una società dove vige il libero pensiero, tuttavia, è il libero pensiero stesso che viene posto a rischio nel momento in cui ciò che si legge non è altro che l’eco dei nostri stessi pensieri.

L’immediato effetto della personalizzazione dei social sono l’estremismo e il partitismo radicale. L’utente social, nonché cittadino ed elettore, non entra in contatto con opinioni diverse e stratificate ma soltanto con voci che sono la ripetizione della propria e che vanno quindi ad alimentare esclusivamente le proprie convinzioni.

Il caso di Silvia Romano ne è un esempio esplicativo: nessuno ha saputo guardare oltre il velo da lei indossato, dipinto esclusivamente come simbolo di terrorismo o di emancipazione, ancora prima che alla diretta interessata sia stato dato il tempo e il rispetto di eventualmente esplicitare cosa rappresentasse.

La risposta dell’Italia conservatrice è dettata solo da un sentimento islamofobico o è forse misoginia?

Questo quesito lo ha sollevato la notte fra il 21 e il 22 maggio Andrea Villa, anche il “Banksy Torinese”, il quale ha tappezzato il capoluogo piemontese con manifesti raffiguranti Chiara Ferragni con indosso il velo islamico. “Siete sicuri di essere realmente liberi?” chiede. Che differenza c’è fra una religione che impone l’uso del velo per le donne e una società che detta canoni di bellezza femminile ai quali è alquanto difficile non sottostare?

Chiara Ferragni indossa un abito islamico nel manifesto di Andrea Villa.
Chiara Ferragni indossa un abito islamico nel manifesto di Andrea Villa
Source: Quotidiano Piemontese

Per di più questi canoni li tramanda nei suoi canali di comunicazione continuamente. Basti pensare a Giovanna Botteri, giudicata per l’abito e non per le straordinarie capacità giornalistiche; Carola Rackete, sentenziata per non aver indossato il reggipetto anziché sulla nobiltà o gravità del suo gesto; infine Silvia-Aisha, accolta con odio nonostante il suo sorriso di benessere da quelli che hanno visto il loro melodramma catto-occidentale distrutto, e da venerazione per chi l’ha percepita come la nuova Simone de Beauvoir, senza che lei ne reclamasse il titolo.

Morale della storia?

In Italia, le donne non possono ancora scegliere i propri titoli.

Inoltre, la mancata neutralità e sobrietà nella risposta pubblica ha impedito che sorgessero spontaneamente domande assai più urgenti.
Come mai esistono piccole associazioni come Africa Milele Onlus, alla quale si era iscritta Silvia che mancano di protocolli adeguati di sicurezza? Che impatto ha avuto la riforma della legge del 2014 sulla cooperazione internazionale che ha accomunato Ong, Onlus, fondazioni, cooperative sociali e associazioni culturali sotto la voce Enti del Terzo Settore?
Quali competenze tecniche, oltre a nobili motivazioni ideologiche, necessita un giovane per essere definito un cooperante? Inoltre se l’Italia avesse pagato un riscatto quanto potrebbe essere funzionale introdurre una legge simile alla n. 82/1991, volta all’arginamento dei sequestri in territorio nazionale?

● L’Italia ha dimostrato di avere un problema con l’emancipazione femminile?
● Quanto influiscono i social network sulla polarizzazione e sull’estremismo mediatico? Fino a che punto questi mezzi rappresentano una limitazione al libero pensiero?
● Episodi come quello di Silvia Romano spingono a richiedere professionalità e chiarezza sull’operato dei piccoli Enti del Terzo Settore?


Letture consigliate

Cass Sunstein, 2017. #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media. Princeton University Press. Capitolo 1: pp. 1-30 (English)

Lorenzo Tosa, 2020. “Silvia Romano non è una cooperante. Le ‘Ong’ fai-da-te mandano giovani come lei allo sbaraglio” TPI.it (13 Maggio 2020)

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