[Report] Israele – Palestina: Lo Stato Attuale delle Cose

Martina Dazzi
[Report] Israele - Palestina: Lo Stato Attuale delle Cose
Source: Axios

Sono trascorsi ormai diversi mesi da quella che sarebbe dovuta essere l’annessione da parte di Israele degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, la quale si sarebbe dovuta verificare il 1° luglio 2020. Di fatto, nessuna annessione ha ancora avuto luogo, creando una confusa situazione di stallo.
A che punto stanno dunque le cose?  

BACKGROUND STORICO

Per comprendere meglio la situazione, è fondamentale tornare al 1967, l’anno della così detta Guerra dei 6 giorni, il conflitto che cambiò radicalmente le sorti dell’intero Medio Oriente. Tale evento, durante il quale Israele si trovò a fronteggiare Egitto, Giordania e Siria, rimarrà nella storia come la principale causa di quelle riconfigurazioni territoriali che ancora oggi sono alla base delle dispute tra Israele e Palestina. Lo Stato ebraico riuscì infatti a conquistare territori come il Sinai (la cui restituzione all’Egitto verrà completata nel 1982), le alture del Golan, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania (cioè la fascia di territorio che si estende da Gerusalemme fino alla sponda occidentale del fiume Giordano) e la parte est di Gerusalemme.

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Guerra dei Sei Giorni
Fonte: BBC

Fu proprio l’occupazione della Cisgiordania a legittimare la fondazione di numerose colonie israeliane nell’area le quali, ad oggi, contano circa mezzo milione di abitanti e rappresentano uno dei principali ostacoli al progetto di pace fra israeliani e palestinesi.

A seguito di anni di tensioni e contrasti che videro, ad esempio, lo scoppio nel 1973 della guerra del Kippur (Egitto e Siria contro Israele) o della prima Intifada nel 1987, si giunse, nel 1993, agli Accordi di Oslo. In base a tale intesa, siglata tra Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano, e Yasser Arafat, presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il territorio della Cisgiordania venne suddiviso in tre aree amministrative, rispettivamente A, B e C. La zona A fu interamente assegnata al controllo palestinese, in particolare all’Autorità nazionale palestinese (ANP), nata proprio in seno agli accordi, la zona C venne posta sotto a quello israeliano, mentre la zona B, a controllo misto, venne affidata all’autorità civile palestinese e al potere militare israeliano.

LA PROPOSTA AMERICANA

Come è ormai noto, gli accordi di pace di Oslo non risolsero il conflitto israelo-palestinese, impresa che invece si è riproposto di portare a compimento il presidente statunitense Donald Trump con il suo dibattuto “Accordo del Secolo”. Ma in che cosa consiste questo suo progetto?

Negli ultimi mesi si è a lungo discusso della proposta avanzata dal presidente Trump ma, come numerosi analisti hanno fatto notare, è innegabile che il piano sia decisamente sbilanciato a favore di Israele, al cui fianco Trump si è sempre schierato esplicitamente, soprattutto con il progressivo slittamento verso destra dei Repubblicani in merito alla questione israelo-palestinese. Non sorprende che la controparte palestinese abbia fin da subito chiarito che non prenderà nemmeno in considerazione la proposta statunitense. 

Secondo il piano, che soddisferebbe alcune delle richieste avanzate dalla destra nazionalista di Netanyahu, Israele:

  • Concederebbe la creazione di uno stato palestinese, il quale però subirebbe importanti limitazioni alle sue capacità difensive e le cui diverse fazioni militari dovrebbero rinunciare alla lotta armata;
  • Annetterebbe al suo territorio gran parte dell’area C, compresa la Valle del Giordano, ricca di risorse idriche e già abitata da coloni israeliani, ma che di fatto apparterrebbe all’ANP;
  • Otterrebbe il controllo della parte Ovest di Gerusalemme e della Città Vecchia, sede di importanti luoghi di culto sia per ebrei che per musulmani.

In cambio, il documento offrirebbe ai palestinesi:

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Accordo del Secolo
Fonte: Il Post
  • Ingenti finanziamenti per attività economiche (i dettagli dei quali non sono specificati);
  • La costruzione di un tunnel tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania per facilitare gli spostamenti;
  • Il ritiro dei civili e dei militari israeliani da Gerusalemme Est (occupata dal 1967);
  • La concessione di un piccolo territorio al confine con l’Egitto.

In base a questa proposta, un eventuale stato palestinese assumerebbe la forma di ciò che è stato definito “Swiss cheese”, ovvero una sorta di groviera bucherellato dalle colonie ebraiche disomogeneamente sparse nell’area C.

ANNESSIONI IN CISGIORDANIA

Molto simile alla criticata proposta americana è stato il piano di annessioni territoriali avanzato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che sarebbe dovuto essere implementato dal 1° luglio 2020 ma che, almeno per il momento, sembra esser stato accantonato. Secondo tale piano, Israele avrebbe dovuto definitivamente inglobare parti della Cisgiordania tra cui le colonie costruite nella zona dopo il 1967 e l’area fertile della Valle del Giordano, territori che la comunità internazionale attribuisce di fatto al futuro stato palestinese.

LE REAZIONI INTERNAZIONALI

Così come la proposta statunitense, anche quella israeliana è stata immediatamente contestata. Ai sensi del diritto internazionale gli insediamenti israeliani risultano illegali in quanto violano il divieto di acquisizione territoriale tramite l’uso della forza. Allo stesso modo, la quarta Convezione di Ginevra vieta a uno Stato occupante di trasferire parte della popolazione all’interno di un territorio occupato. Inoltre, non si è fatta attendere la reazione della comunità internazionale che da sempre condanna le azioni unilaterali perseguite da Israele, tramite cui, inoltre, lo stato ebraico aveva già inglobato le alture del Golan e Gerusalemme Est.

L’Unione Europea ha parlato di “ripercussioni”, mentre il premier britannico Boris Johnson ha invitato Israele ad abbandonare i piani di annessione e ha avvisato che “il Regno Unito non riconoscerà nessuna modifica alle linee del 1967, con l’eccezione di quelle concordate da entrambe le parti”.

Ulteriori ammonimenti sono giunti dal mondo arabo, le cui risposte sono state caratterizzate da diversi approcci ed intensità. Nonostante diversi paesi abbiano deciso di tenere un basso profilo sulla questione, la loro posizione generale è chiara: opposizione all’annessione. Essa infatti potrebbe portare ad una radicalizzazione del popolo palestinese, ad un danneggiamento irreparabile del processo di pace e a un blocco della normalizzazione delle relazioni israelo-palestinesi, andando a minare la già precaria stabilità della regione.

Tra le voci più critiche vi è la Giordania, unico paese arabo con l’Egitto ad aver firmato con Israele un accordo di pace (1994) che, qualora l’annessione dovesse avere luogo, rischierebbe di essere annullato. Le relazioni tra Israele e Giordania hanno già da tempo iniziato a deteriorarsi e ora Amman teme seriamente per la sua sicurezza. Le questioni più complesse riguardano ovviamente i confini di un eventuale stato palestinese, i rifugiati, Gerusalemme, problematiche economiche e di sicurezza e, infine, l’acqua poiché, qualora Israele dovesse annettere la Valle del Giordano, importanti risorse idriche finirebbero sotto il suo controllo andando a ledere i diritti sull’acqua della Giordania. Tuttavia è importante tenere a mente che, vista la dipendenza del regno dagli aiuti statunitensi, è probabile che la risposta giordana a un’eventuale annessione da parte di Israele sarà più limitata di quanto previsto.

Anche il Cairo si è opposto a soluzioni unilaterali, ma la sua posizione è particolarmente delicata: l’annessione potrebbe infatti infiammare gli animi sia a Gaza che in Cisgiordania, dando alla Turchia e alla Fratellanza Musulmana materiale su cui costruire propaganda. Un’eventualità problematica, considerando anche le forze ostili da cui è circondato l’Egitto (Turchia, Libia e Etiopia). Il Cairo quindi ha cercato di assumere una posizione intermedia che non deteriorasse le proprie relazioni né con gli USA né con le monarchie del Golfo, il cui supporto gli è essenziale.

Infine, nonostante le recenti aperture verso Israele di alcuni governi arabi del Golfo (Bahrein e Oman) e un riavvicinamento dello Stato ebraico agli Emirati Arabi Uniti (UAE), l’appoggio alla causa palestinese nella regione rimane molto alto. Da circa vent’anni, la posizione ufficiale della Lega Araba prevede che la normalizzazione dei rapporti con Israele possa avvenire soltanto dopo il ritiro del personale civile e militare dalle zone occupate in Cisgiordania.

QUINDI?

Al momento, il progetto di Netanyahu non ha prodotto gli effetti sperati. Inizialmente, passato il 1° luglio, una delle ipotesi più accreditate sembrava essere quella di una possibile annessione simbolica, più limitata (pari al 5% del territorio della Cisgiordania) rispetto al piano ufficiale, che il primo ministro avrebbe potuto comunque presentare come una grande vittoria. É da tenere a mente che Natanyahu sta ancora affrondando un processo a suo carico per accuse di corruzione, frode e abuso di potere. Di conseguenza, il suo piano di annessioni, anche se ridotto o semplicemente simbolico, avrebbe potuto portargli il favore dell’opinione pubblica israeliana, aiutandolo di fronte alla corte.

A frenare il primo ministro hanno sicuramente contribuito le numerose complicazioni che sarebbero potuto sorgere da un’eventuale annessione: il collasso dell’ANP, le nuove ondate di violenza nel West Bank e a Gaza, la rottura diplomatica con paesi come la Giordania e l’Egitto, le possibili sanzioni da parte dell’Unione Europea e, infine, il deterioramento dei rapporti con le monarchie del Golfo con cui, negli ulitmi anni, è iniziato un processo di riavvicinamento. Inoltre, un ulteriore punto da considerare è che Netanyahu sa bene che le possibilità che Trump riesca a ribaltare il risultato elettorale di novembre attraverso cause legali stanno scemando. E’ quindi possibile che, poiché Biden si è sempre esplicitamente opposto all’annessione, Netanyahu abbia sospeso i suoi piani per non deteriorare i rapporti con il candidato del Parito Democratico. Se la distanza nei sondaggi fra i due dovesse continuare ad aumentare, la prospettiva di un’annessione potrebbe diventare sempre più remota.

Infine, una questione ancora più di rilievo è che nello svolgersi dei fatti sono emersi diversi ostacoli sia interni, legati a divisioni politiche israeliane, che esterni, in particolare il mancato appoggio incondizionato all’annessione da parte degli Stati Uniti che invece Netanyahu si aspettava.

In definitiva, il primo ministro israeliano si è visto costretto, per ragioni di forza maggiore, a rinunciare, almeno nel breve periodo, al piano di annessione delle colonie israeliane in Cisgiordania.

MOMENTO DI SVOLTA

Proprio quando la questione sembrava ormai essersi attenuata, è stata annunciata la normalizzazione (cioè l’inizio delle relazioni diplomatiche) dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele, un evento storico considerando che mai era accaduto che un paese arabo del Golfo Persico riconoscesse ufficialmente lo stato ebraico. L’accordo prevede, tra le altre cose, anche la sospensione delle rivendicazioni di sovranità di Israele su alcune zone della Cisgiordania, un tema molto sentito dai paesi arabi e motivo per cui ad oggi solo tre di essi, Egitto, Giordania e ora Emirati, riconoscono Israele. Le trattative per formalizzare la collaborazione si sono concluse, anche grazie alla mediazione di Jared Kushner, genero di Trump, il 15 settembre 2020, con la firma dell’accordo presso la Casa Bianca.

Durante tale evento, nella città di Gaza migliaia di palestinesi sono scesi in strada dando fuoco alle bandiere israeliane e inneggiando al tradimento.

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Accordo UAE -Israele
Fonte: AFP

Alcune considerazioni: Benjamin Netanyahu ha scaltramente usato l’accordo per far credere che la rinuncia all’annessione della Cisgiordania non fosse un fallimento, ma una mossa calcolata realizzata per ottenere qualcosa di importante, cioè l’avvio dei rapporti diplomatici con un influente paese arabo del Golfo con cui in futuro poter collaborare in senso anti-iraniano. Soprattutto in un momento delicato come questo, in cui il primo ministro sta affrontando un processo e ha dovuto far fronte a numerose proteste contro il suo governo per la mala gestione della pandemia, un successo diplomatico di questo genere è particolarmente importante. Per quanto riguarda gli Emirati, inserire nell’accordo la sospensione dell’annessione israeliana della Cisgiordania era essenziale per non perdere credibilità di fronte agli altri paesi arabi. Anche Trump, il cui governo ha svolto un ruolo di mediatore, potrebbe trarre benefici da tale accordo in vista delle prossime elezioni presidenziali di novembre anche se, secondo molti, spostare voti a suo favore sarà difficile.

Naturalmente non mancano “incoerenze” tra le versioni fornite dagli attori coinvolti, ciascuno dei quali ha infatti dato un proprio spin alla narrazione della vicenda: Netanyahu ha sottolineato come la rinuncia all’annessione della Cisgiordania sia solo temporanea, mentre il principe ereditario Mohammed bin Zayed l’ha presentata come qualcosa di definitivo.

Al momento attuale, l’accordo raggiunto non porterà alcun cambiamento rivoluzionario in Medio Oriente, anche se, qualora altri paesi arabi dovessero decidere di seguire gli Emirati nel riconoscimento di Israele, potrebbe prendere forma un trend significativo nella regione. Ciò che è certo è che, al momento, le ambizioni dei palestinesi di riprendere il controllo dei territori occupati e creare uno stato proprio sono state ulteriormente indebolite. Bisognerà aspettare i prossimi mesi per capire in che direzione si andrà, sia per via dei risultati delle elezioni statunitensi sia perché al momento Israele si trova ad affrontare questioni più urgenti: il paese sta infatti uscendo da un secondo lockdown imposto dal governo a causa di uno spaventoso aumento dei contagi da coronavirus, superando anche gli USA per rapporto morti/abitanti.


Fonti

Fraser T. G. (2015). Il conflitto arabo-israeliano. Il Mulino

Gelvin, J. L. (2007). Il conflitto israelo-palestinese. Cent’anni di guerra. Einaudi

ISPI, Israele: annessione sì, no, forse

ISPI, What Israel’s Annexation Means for the Middle East

ISPI, The Ultimate Threat to Peace: A View From Palestine

ISPI, Netanyahu’s Plans and Israel’s Internal Debate about Annexation

Huffington Post, Trump lancia il suo accordo del secolo

The Telegraph, Israel’s accords with Bahrain and the UAE are a historic moment for Middle East peace

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