Il Vangelo secondo Cucchi: la parabola della Giustizia Selettiva Italiana

a cura di Giacomo Di Capua

Stefano Cucchi nella raffigurazione dell’artista romano Marco D’Ambrosio “Makkox.” Credits: Associazione Stefano Cucchi Onlus

È un placido mercoledì sera, quello del 14 ottobre 2009, quando il geometra romano Stefano Cucchi viene dichiarato in stato di fermo, perquisito, trovato con più di 20 grammi di stupefacenti e condotto alla stazione Appia di Roma in custodia cautelare.

Durante la prima udienza del 15 ottobre 2019, Cucchi già presenta evidenti ematomi da percosse ma nega di essere stato picchiato e rifiuta il ricovero ospedaliero. Dopo una settimana, il giovane si spegne all’età di 31 anni nel reparto detenuti dell’Ospedale Sandro Pertini, dove era stato ricoverato nolens a causa delle sue aggravate condizioni mediche.

Dal 15 novembre 2009 ad oggi, la famiglia Cucchi e la Procura di Roma hanno sostenuto l’accusa di omicidio colposo/preterintenzionale e abuso d’ufficio per i carabinieri arrestanti e le guardie penitenziarie della stazione Appia, richiedendo invece indagini contro i medici ed infermieri del Pertini per falso ideologico e abbandono di infermo.

I primi processi (2009-2014) portano all’assoluzione di tutti gli imputati per “mancanza di prove,” a quanto recita la sentenza della Corte d’Appello del 31 ottobre 2014. La possibilità di sussistenza di reato tuttavia spinge la medesima corte a richiedere nuove indagini sul caso.

L’inchiesta Cucchi-bis culminerà nel 2016 con l’assoluzione dei sei medici del Pertini che si occuparono del geometra, il quale si sostiene sia deceduto per inanizione (deperimento organico indotto da malnutrizione). Ed è solo con l’inchiesta Cucchi-ter e le rispettive sentenze della Corte d’Assise di Roma e della Corte d’Assise d’Appello, le quali arrivano il 15 novembre 2019 (a dieci anni esatti dal primo processo), che si respira un’aria di chiusura.

Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro sono i nomi dei carabinieri che vengono condannati a 12 anni per omicidio preterintenzionale, con i colleghi Tedesco e Mandolini ai quali viene contestato il reato di falso con una condanna di rispettivamente 2 anni e 6 mesi per il primo e 3 anni ed 8 mesi per il secondo. 4 assoluzioni ed 1 assoluzione invece per i medici del Pertini.

Un carabiniere fa il baciamano ad Ilaria Cucchi dopo la sentenza del 15 novembre 2019. Credits: La Repubblica

La battaglia per la verità capitanata da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, contro le pressioni di alcuni vertici dell’Arma dei Carabinieri ed esponenti politici ha condotto ad otto processi e più di dieci anni di diatriba giudiziaria con gli imputati.

Quella della famiglia Cucchi è una parabola che riscopre le debolezze intrinseche di un sistema giudiziario ancora troppo esposto alle pressioni politiche, un sistema vittima di omertà all’interno dell’esecutivo Italiano che già in passato ha rallentato ed ostacolato il corso della giustizia in casi di brutalità degli organi della polizia contro cittadini (vedasi il caso Aldrovandi, i cui processi sono durati dal 2006 al 2011).

Quella della famiglia Cucchi è una parabola di ingiustizia, ingiustizia che ha arbitrariamente portato via una vita ad opera dell’organo che è volto a preservarla. Ed ingiustizia che vede pagare 30 anni chi ne ha sottratti molti di più.

Infine quella dell’omicidio Cucchi è anche una parabola di speranza, speranza negli individui come il carabiniere Tedesco che, attraverso le loro testimonianze chiave, hanno reagito all’ingiustizia sistematizzata e taciuta per anni e hanno reso possibile la condanna di chi abusò dei poteri delegatigli dallo Stato.

«La Giustizia ed i Diritti Umani non possono essere selettivi.»

Vittorio Arrigoni, scrittore e reporter italiano (2010)
  • Sarà il caso Cucchi capace di risvegliare l’attenzione del legislativo italiano e di ottenere una riforma che renda più efficiente l’applicazione della giustizia a carico dell’esecutivo?
  • Dovrebbe essere consentito a figure politiche di screditare pubblicamente parti civili di un processo in corso?

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